Premessa
Due recenti eventi hanno rivitalizzato la retorica nazionalista contro l'Unione Europea. Da un lato, la sconfitta del "Sì" al referendum islandese sulla ripresa dei negoziati di adesione all'UE. Dall'altro, la schiacciante vittoria dell'AfD alle elezioni in Sassonia. La sconfitta in Islanda ha anche innescato un utile dibattito sulla necessità che l'Europa diventi più "attraente", approfondendo la sua integrazione, soprattutto politicamente, per acquisire maggiore credibilità presso l'opinione pubblica, anche come garante della sicurezza.
L'avanzata trionfale dell'AfD, tuttavia, pur non essendo inaspettata, ha provocato uno shock la cui elaborazione da parte delle forze democratiche è ancora difficile da prevedere. Resta chiaro, in entrambi i casi, che si tratta di una vittoria per i partiti nazionalisti, che l'hanno colta al volo per rilanciare lo slogan di "un'altra Europa", un'Europa "alternativa" o un'Europa delle nazioni.
Il mito di Europa
Europa era una principessa fenicia, figlia del re della Fenicia (l'odierno Libano). Europa sbarca sulla spiaggia con le sue ancelle. Zeus (padre degli dei e il più libertino di loro) la vede e se ne innamora. Assume la forma di un possente ma mite toro bianco e appare come per magia sulla spiaggia.
Europa è attratta dal toro e prova un desiderio irrefrenabile di cavalcarlo. Ma subito dopo, il toro si getta in mare e attraversa il Mediterraneo, raggiungendo l'isola di Creta, dove rivela la sua vera identità.
Europa diventa l'amante di Zeus e insieme hanno tre figli. Uno dei tre, Minosse, diventa re di Creta e dà origine alla prima civiltà europea avanzata: la civiltà minoica.
Nel frattempo, i fratelli di Europa partono alla ricerca della sorella. Uno dei tre, Cadmo, raggiunge la Grecia continentale e fonda la città di Tebe, portando con sé l'alfabeto e le arti dalla Fenicia.
Cosa rappresenta il mito di Europa? Naturalmente, si trattò di un movimento di civiltà da Oriente a Occidente, e il nome Europa dato ai nuovi territori occidentali riflette questo spostamento. L'etimologia della parola Europa, infatti, ha una radice fenicia che significa Occidente.
La civiltà europea
Tuttavia, uno degli errori più persistenti nel dibattito contemporaneo è quello di considerare l'Europa come una mera costruzione politica nata dai trattati del dopoguerra. L'Europa non è nata a Bruxelles, né con la Dichiarazione Schuman del 1950, né con il Trattato di Parigi del 1951 o con i Trattati di Roma del 1957. Come già visto, l'Europa è una realtà storica e civile molto più antica.
Per secoli, si è costruita su una sintesi eccezionale: filosofia greca, diritto romano e spiritualità ed etica cristiana.
Da questa matrice sono emerse cattedrali, università medievali, ospedali, cultura monastica, la separazione tra Chiesa e potere – Papa e Imperatore – e l'idea che il potere debba rispondere a una norma morale. Ha dato origine al diritto naturale e pubblico, alla filosofia e alla scienza moderne, e all'idea di progresso.
Metodo sovranazionale contro metodo intergovernativo
L'Europa ha compiuto qualcosa di straordinario nel XX secolo: ha trasformato nemici inconciliabili, come Germania e Francia, in alleati.
In seguito a due guerre che possono essere considerate vere e proprie guerre civili europee, la creazione delle Comunità europee è stata un'innovazione politica di enorme audacia storica. Ma questo successo celava anche una fragilità.
L'Unione Europea è nata da una combinazione ibrida del metodo sovranazionale - che puntava a una potenziale "Unione Europea" - e del metodo intergovernativo tipico delle organizzazioni internazionali classiche.
Quest'ultimo è stato scelto principalmente perché generava meno resistenza nazionale e consentiva un progresso graduale attraverso "solidarietà di fatto" incrementali: carbone e acciaio, energia atomica, dazi esterni e politiche comuni fondamentali come il commercio o l'agricoltura, la libera circolazione, Schengen e l'euro.
Ma questa costruzione è stata realizzata dall'alto verso il basso, spesso in modo tecnocratico e accelerato, lontano dai cittadini. L'Europa funziona, ma non sempre viene compresa. E ciò che non si comprende raramente viene percepito come proprio.
Il posizionamento internazionale dell'UE
Alcuni affermano che l'UE sia un attore economico, commerciale e finanziario di primaria importanza. Alcuni (in realtà pochissimi) arrivano persino a definirla una vera protagonista in questi settori. Ma nessuno osa sostenere che l'UE sia un attore politico.
Henry Kissinger (Segretario di Stato americano negli anni '70), irritato dalla vacuità e dall'incoerenza delle iniziative europee, chiese al suo staff: "Chi devo chiamare, quale numero di telefono devo comporre se voglio parlare con l'UE?". È una battuta che è passata alla storia e illustra quanto sia difficile distinguere chi fa cosa in un mondo in cui burocrazia e tecnocrazia regnano sovrane.
Jacques Delors, Presidente della Commissione europea dal 1985 al 1995, giocando sulla assonanza con UFO (Oggetto Volante Non Identificato), definì l'UE un UPO (Oggetto Politico Non Identificato).
Giuliano Amato, ex Primo Ministro italiano ed ex Presidente della Corte Costituzionale, ha definito l'UE un ermafrodita, un'entità ibrida mal definita, incapace di raggiungere risultati concreti.
L'UE deve certamente diventare più unita, federale e politicamente rilevante, anche a causa della crescente eterogeneità e talvolta ostilità del resto del mondo.
Certamente la nostra libertà e la nostra sicurezza non sono scontate. In questo mondo complesso e dilaniato dai conflitti, sono le dimensioni che contano: è la dimensione che fa la differenza.
E persino i più grandi paesi europei (Germania inclusa) non sono altro che pesciolini che nuotano in uno stagno insieme a balene chiamate Stati Uniti, Cina, Russia e India. E i pesciolini sono destinati a fare una brutta fine in una situazione del genere.
La guerra tra Russia e Ucraina
L'Europa non può agire costantemente contro la Russia. Gli stati che hanno attaccato la Russia (Lituania, Polonia, Svezia, Francia e Germania) se la sono sempre cavata molto male.
Il rapporto tra Europa e Russia è profondamente storico e di civiltà. La Russia appartiene alla storia europea e l'Europa non raggiungerà una stabilità duratura senza un'intesa strategica con essa.
Una politica basata esclusivamente sull'escalation, sull'assenza di negoziati responsabili, sulla mancanza di rispetto, sull'umiliazione reciproca, su sanzioni illimitate e su una crescente militarizzazione potrebbe finire per distruggere proprio ciò che l'Europa intende salvare.
La guerra in Ucraina necessita in ultima analisi di una via d'uscita politica, diplomatica ed europea. Più tardi arriverà, maggiore sarà la distruzione umana, economica e morale per tutti: principalmente ucraini e russi, ma potenzialmente anche per i paesi limitrofi.
L'UE deve evitare di rimanere intrappolata tra l'eredità russa (Mosca è la "Terza Roma") e la strumentalizzazione geopolitica di altre potenze (la guerra in Ucraina è una guerra per procura tra Stati Uniti e Russia). L'Europa deve tornare ad agire come soggetto storico autonomo.
Situazione attuale
Ciò che unirebbe questa Europa, in cui ognuno vorrebbe pensare e agire esclusivamente per sé stesso, sarebbe un'ideologia intollerante, xenofoba e antiliberale, un rifiuto del progresso.
Ci troviamo di fronte a una palese mistificazione della realtà. I singoli Stati europei non hanno le dimensioni, il potere o persino le risorse per essere autonomi.
Non c'è nulla di vero o realistico nella proposta di un'Europa delle nazioni, che ci impoverirebbe e ci farebbe precipitare nel caos politico.
Gli europei devono quindi dotarsi degli strumenti necessari per rilanciare la società e l'economia, rafforzando l'unità europea, ovvero l'integrazione politica federale, che implica la combinazione di democrazia, responsabilità ed efficacia.
Si tratta di un processo democratico, che l'Europa aveva già tentato di avviare con la Conferenza sul futuro dell'Europa e che il Parlamento europeo, alla fine del 2023, aveva tradotto in una richiesta specifica di avviare un processo di revisione radicale dei Trattati, sulla base di proposte dettagliate.
I governi in seno al Consiglio europeo, invece, ignorano completamente questa richiesta democratica, trincerandosi nella difesa degli "interessi nazionali".
Questa questione incontra l'opposizione dei governi proprio perché rappresenta un passo cruciale e sostanzialmente irreversibile verso l'integrazione politica e la creazione di una capacità di governo federale realmente autonoma in settori specifici a livello europeo.
Rappresenta inoltre una cartina di tornasole per misurare la reale volontà di progredire verso la costruzione di una sovranità condivisa. Ma questo problema non può essere ignorato ancora a lungo.
Conclusioni
Le civiltà non muoiono per un omicidio improvviso; muoiono quando smettono di credere in se stesse e di trasmettere il proprio patrimonio.
La soluzione non è "meno Europa", ma nemmeno un'Europa burocratica e senz'anima che ignora i suoi cittadini.
La soluzione risiede in un'Europa politicamente unita, culturalmente consapevole, strategicamente sovrana e sufficientemente prudente da evitare avventure suicide. Come affermava Jean Monnet, "l'Europa si forgerà nelle crisi". Stiamo entrando in una di queste crisi fondative.
Il potere comporta responsabilità, e l'Europa si fa carico del peso di soddisfare le aspettative che il mondo ripone in lei.
Ma esiste un vuoto tra potere e politica, che alla fine porta a una mancanza di leadership, e i cittadini perdono fiducia nella capacità dello Stato di prendere decisioni e mantenere le promesse.
I problemi stanno diventando sempre più globali, mentre gli strumenti di azione politica sono ancora limitati allo Stato-nazione.
Ci troviamo di fronte, come descriveva il filosofo italiano Antonio Gramsci, a uno stato di “interregno” in cui il vecchio è già morto o morente, ma il nuovo non è ancora nato.
Il problema è che l’“europessimismo” è più forte che mai. Molti ritengono che gli attuali leader siano mediocri e non all’altezza dei padri fondatori: Adenauer, Schuman, De Gasperi.
Tuttavia, non dobbiamo buttare via il bambino con l’acqua sporca. L’Europa non è finita. Ma è messa alla prova.
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