IL RIBALTAMENTO DEL MONDO

LA COALIZIONE DEI VOLONTARI E LA FRATTURA DELL’IMPERO
Auteur: 
Irnerio Seminatore
Date de publication: 
1/8/2026

La messa in atto di un sistema post-occidentale

Si tratta di un ribaltamento di prospettiva del sistema post-occidentale, che sta venendo messo in atto oggi, attraverso la perdita della lettura europea sulla realtà del mondo e la cancellazione del continente.

Fine delle assicurazioni ideologiche e fine della lunga parentesi che non ebbe equivalenti, in durata di pace, se non dalla fine dell’Impero romano d’Occidente. Ora lo scontro di nuovi Imperi è qui: l’Impero degli Stati-continente o degli Stati-civiltà.

Da Seattle a Vancouver e da Vancouver a Varsavia, poi a sud, da Tokyo a New Delhi, passando per Shanghai e Singapore, il XXI secolo scava le fondamenta di un nuovo ordine sui due assi Est-Ovest e Nord-Sud.

La vecchia Europa potrà adattarsi a questi cambiamenti che le chiedono i nuovi orizzonti della società planetaria e i nuovi rapporti di forza mondiali? Con lo scivolamento dell’Europa verso una situazione periferica si ridisegnano i continenti un tempo colonizzati e l’asse di gravità del mondo si sposta in Estremo Oriente, verso l’Asia-Pacifico. Qui la demografia, gli scambi, le ambizioni strategiche dei maggiori attori del pianeta producono un’accelerazione della storia che pochi altri momenti hanno conosciuto, dalla scoperta dell’America (1492). L’Europa potrà ancora pesare sulle grandi decisioni del futuro e gli Stati Uniti, potenza del Pacifico, diventeranno un nuovo Impero, accanto all’Impero russo e all’Impero di Mezzo, dividendosi il mondo?

Dopo l’apertura della crisi ucraina, i paesi della fascia atlantica, dell’Europa centrale e orientale vivono le angosce di una crisi di sopravvivenza, dovuta al ritorno della Russia, alla sua profondità strategica e al suo stretto partenariato con la Cina.

Nell’orrore della paura orchestrata dai media, i dirigenti di Francia, Gran Bretagna e Repubblica Federale di Germania hanno creato nel febbraio 2025 una “Coalizione dei volontari”, su iniziativa della Francia e del Regno Unito, allo scopo di proseguire il loro sostegno all’Ucraina finanziariamente, militarmente e, nella sola psiche degli organizzatori, in termini di garanzie di sicurezza. Questa iniziativa sembra andare controcorrente rispetto alla storia e al ribaltamento del mondo verso l’Asia-Pacifico, perché si vuole difensiva e dissuasiva nei confronti dell’intenzione ostile che si attribuisce alla Russia. Essa traduce in realtà una mancanza di visione sul mondo di domani, che sarà probabilmente fatto di raggruppamenti di paesi omogenei per storia e per cultura, e che risulta inoltre dal disprezzo europeo per la Russia. Ma è soprattutto la traduzione della strategia in tattica che rovescia l’ordine dei paradigmi difensivi, in funzione di stereotipi disorientanti. Per ricordo, la Russia è vista come un anti-modello occidentale, di tal fatta che il potere russo ragionerebbe in termini westfaliani (sovranismo, non-ingerenza, spartizioni di influenza, dispute territoriali, potenza militare, azione dei servizi segreti) di fronte a europei che hanno adottato un modello post-nazionale, post-moderno e post-westfaliano.

La Coalizione dei volontari e le questioni di grammatica e di logica

Di fronte a una congiuntura di pericolo, niente di meglio che tessere la tela del grande scacchiere. Così, cominciando dal livello più astratto e da una definizione dei concetti di base, la Coalizione dei volontari, che si definisce difensiva, si concretizza in un obiettivo: conservare ciò che si ha, ma che è conteso. L’aggressore (o presunto tale) vuole conquistare ciò che appartiene all’altro o agli altri e la sua azione è definita come offensiva. La condotta difensiva della guerra, una volta annientata la volontà avversa, può cambiare il suo obiettivo? Oppure esige di andare più lontano e di appropriarsi di ciò che appartiene all’altro o agli altri? La figura dell’aggressore è qui quella che mira – mira egli? – all’annientamento delle nostre forze, all’occupazione del nostro territorio e all’utilizzo delle nostre risorse oppure, ancora più lontano, all’equilibrio di sicurezza attraverso un cambiamento radicale di regime politico.

Rispondere a queste domande è essenziale per comprendere se la Coalizione dei volontari ha un obiettivo di guerra diverso da quello della Nato e quale. Rispetto alla Nato della prima “Guerra Fredda”, la Coalizione dei volontari rappresenta la rottura del centro autonomo di decisione e di azione, proveniente da una volontà politica extra-europea, quella dell’America che ne definiva gli interessi e gli obiettivi. Così, in pura logica, la “Coalizione dei volontari” mira oggi all’indipendenza politica e all’autonomia delle forze continentali. In quest’ultimo caso, anche se gli attori della coalizione sono unità politiche omogenee, obbedienti alla stessa concezione della politica, la differenziazione più importante sta nella posta in gioco della lotta e nella dimensione degli interessi e degli obiettivi, definiti dalla pluralità dei rischi assunti da ciascuno. Passando dall’analisi dei determinismi materiali a quella dei valori intangibili, è utile precisare che la “Coalizione dei volontari” – Francia, Germania e Gran Bretagna – non hanno affatto scopi nazionali convergenti. Hanno sicuramente obiettivi nazionali indiretti e astratti, che li distinguono, nel perseguimento delle loro politiche estere, dagli Stati Uniti, il cui scopo è planetario, egemonico e imperiale. È questa la differenza essenziale, perché si riferisce alla dimensione delle poste in gioco, alla grandezza dei rischi e all’identità dei nemici. In effetti la Francia, come potenza insoddisfatta e spezzata nella sua unità etnica e civilizzazionale, prosegue la sua ultima politica “di rango”, di cui non ha più le risorse e che ha sostituito la politica di grandezza e di prestigio di de Gaulle; la Germania, che ha convertito la politica di primato, di superiorità e di potenza del XIX e XX secolo in un normativismo piatto e democratico, deve ormai abbandonare la sua condizione di potenza soddisfatta e dimenticare tentazioni inconfessate per il Sonderweg di un tempo; e la Gran Bretagna, eternamente mercantilista, rimpiazzata dall’America missionaria, cerca di dimenticare che la Coalizione dei volontari è una coalizione di “valori” e non di impero e deve trattenersi dalle provocazioni, che consistono nel sostenere le provocazioni di Zelensky nei confronti della Russia.

Qual è d’altronde la quota di rischio assunta da ciascuno e qual è lo status combattente delle sue truppe a terra e la soglia di impegno in un conflitto?

La Coalizione dei volontari, una sintesi di sfide

La Coalizione dei volontari rimane la sintesi di tre componenti:

- una mancanza di visione planetaria o sistemica e un’ostilità dichiarata verso la Russia

 - una traduzione della strategia in tattica

- una divergenza di fondo tra Europa e Stati Uniti e tra gli europei stessi

Dal punto di vista più generale, le opzioni che specificano globalmente l’insieme della sfida, determinando la strategia dei paesi membri della coalizione, tanto sul piano regionale quanto mondiale, è la congiunzione clausewitziana delle azioni parziali a livello di teatro, che condurrebbe all’annientamento (Wehrlosmachung) delle forze congiunte degli ucraini e della coalizione dei paesi alleati di gravità mondiale (Niederwerfung), sarebbe provocato dall’assorbimento delle risorse congiunte euro-israelo-americane sul fronte di combattimento iraniano e dall’apertura di una finestra di opportunità per la Cina nello Stretto di Taiwan oppure, previamente, contro le basi americane del Pacifico, come avvertimento. La risoluzione occidentale di fronte a questo tipo di novità dipenderebbe dal trovare un compromesso, attraverso il pericolo diretto in Ucraina, dal patteggiare con la Cina, attraverso lo sforzo di condivisione delle forze e delle risorse nei due teatri, europeo e mediorientale, e nell’incertezza del Pacifico. Ora l’assenza di affettività per l’America, la mancanza di risoluzione e di coraggio di fronte alla sfida asiatica e il risveglio simultaneo dell’orso e del drago non passeranno inosservati negli annali della giungla da raccontare. Si aggiunge l’imprevisto: l’invasione dal Sud.

Ceuta, l’assalto migratorio e la frattura dell’Impero

L’attacco alla Leadership e al Capo delle Armate in guerra contro l’Iran era già cominciato con il rifiuto di Sánchez di consentire il sorvolo della Spagna per il rifornimento del conflitto in Medio Oriente e questo crimine di tradimento e di lesa maestà era stato reiterato da Macron attraverso il rifiuto di pattugliare il Golfo Persico e di assicurare la libertà di transito dello Stretto di Hormuz. Questo indebolimento della solidarietà euro-atlantica non poteva compiacere né l’America né Israele, perché questo conflitto fu percepito come una responsabilità esclusiva dell’America e come un errore strategico del suo Presidente. Poteva rimanere senza conseguenze in una congiuntura di tensioni e di crisi? In piena tempesta, questa navigazione difficile, un’ennesima sorpresa strategica non poteva ritardare ed essa fu l’assalto migratorio del 30 luglio di un esercito della disperazione sull’enclave di Ceuta, di fronte a Gibilterra, colpendo la Spagna e l’Europa. Un colpo contro l’Europa, senza riguardare l’Impero? Le paci e le guerre si vincono o si perdono sempre su un terreno simbolico? Di fronte al caos, come reagirà l’Impero?

Inevitabilità della storia e chirurgia della strategia

Non c’è che la storia per istruirci e che la strategia per prolungare la nostra volontà di sopravvivere. L’assalto migratorio di Ceuta è paragonabile alle invasioni armate dei barbari che fecero cadere l’Impero di Roma oppure ai colpi di ariete dell’impero delle steppe per imporsi a Qin Shi Huang, il Primo Augusto Sovrano, che unificò la Cina nel 221 a.C.? La risposta non può sottovalutare la forza della fame, della speranza e del sesso, di fronte a società civili disarmate e indebolite dalle impotenze delle politiche e dalle loro corruzioni morali. Queste masse caotiche di giovani, presi dalla disperazione di vivere, non sono meno inebriati dal furto, dallo stupro e dal saccheggio e non devono combattere per ottenere la cittadinanza romana decretata da Caracalla nel 212. Fino al 212, la cittadinanza romana (con i suoi privilegi ma anche i suoi doveri fiscali) era concessa solo agli abitanti dell’Italia e, nelle province, ai municipia aventi lo status di colonia romana. La cittadinanza romana si otteneva anche dopo 24 anni di servizio nelle truppe ausiliarie dell’esercito romano. Nell’Europa di oggi: né fiscalità, né servizio militare, né pene penali, ma unicamente assistenzialismo, privilegi, pietà e appoggi suicidi e politici. Se l’Impero romano d’Occidente durò 4 secoli e l’Impero romano d’Oriente 10 secoli di più, grazie alla forza delle intrighe e di una diplomazia di compromesso, quanto tempo durerà ancora l’Unione Europea, il “Terzo Reich etico”, che non ha né diplomazia né esercito? E quanto tempo la “Democrazia Imperiale” degli Stati Uniti, che non ha più democrazia e che fatica a essere un Impero?