L’Alleanza dei Volontari: una “piccola intesa” a tre - Francia, Gran Bretagna e Germania
Riprendendo l’analisi dell’“Alleanza dei Volontari”, che riunisce Gran Bretagna, Francia, Germania e altri in una sorta di “piccola intesa” anti-russa sotto tutela americana, appare evidente che un conflitto regionale dalle ripercussioni planetarie non può giocarsi a due (Europa occidentale / Russia), su un teatro limitato e in una specie di “guerra coperta”, perché implica una danza a tre o a cinque grandi giocatori e una scacchiera geopolitica mondiale.
Nel caso di un obiettivo di stabilizzazione continentale, l’Alleanza dei Volontari sarebbe saggia se adottasse una politica di integrazione della Russia, una sorta di “casa comune europea” che assuma la dimensione eurasiatica come nuovo polo di sicurezza. Senza integrazione securitaria della Russia, l’obiettivo di un antagonismo di blocco assumerebbe la dimensione di una rifondazione globale del sistema internazionale. Ora, ciò non può essere l’obiettivo di un’Alleanza eterodossa, asimmetrica e limitata, che ha abbandonato il terreno della moderazione e non prefigura in alcun modo un’“alleanza di rovescio” per la Russia.
Nel caso di una “piccola intesa” europea, potrebbe sorgere, in pura congettura, il progetto di una comunità di destino euro-russa o germano-russa, distinta da ogni concezione multipolare del mondo e soprattutto dall’ipotesi di un’egemonia cinese in ascesa. Al contrario, nel caso di una rifondazione del sistema, il conflitto diventerebbe planetario, con poste illimitate, e implicherebbe l’intervento di tutti i poli di potenza e su più teatri di conflitto. Opporebbe da una parte la Russia, la Cina e l’Iran, solidali in un imperativo di sopravvivenza, e dall’altra gli Stati Uniti, la Nato, Israele, il Giappone, l’Oceania, il Golfo e l’Europa. Ogni politica di “contenimento” dell’Heartland sarebbe superata, perché si fonderebbe sull’accettazione di uno “status quo” sul modello della “guerra fredda” e quindi di una forma rinnovata di bipolarismo tra l’Occidente collettivo e il mondo multipolare, aggregando il “Sud globale” e uno spazio diplomatico non trascurabile dei “Non Allineati”.
Eurasismo e Multipolarismo
Nell’analisi comparata dei poli, l’eurasismo si oppone al multipolarismo, principalmente per ragioni geopolitiche, ma anche strategiche e culturali. L’Eurasismo è infatti anzitutto il “Rimland interiore”, una linea di spartizione tra la massa continentale dell’Heartland e la massa oceanica dell’Atlantico del Nord. Questo spazio copre la penisola del continente asiatico (Francia, Inghilterra, Spagna e Portogallo), l’Europa centrale e orientale (Paesi Bassi, Danimarca, Germania, paesi anseatici, Polonia, Ungheria), la penisola scandinava (Svezia, Norvegia), nonché l’Europa meridionale e il Sud-Est del continente (Italia, Grecia, Bulgaria, Romania).
Semplificando all’estremo sul piano delle idee e dei regimi politici, il concetto di Eurasia ricopre, al di fuori dello spazio europeo occidentale, un’“area culturale” e un blocco di paesi e di forze che ha il suo centro di gravità in uno Stato autocratico, un “senso” storico nella tradizione ortodossa e un tipo di unità nella coscienza imperiale.
Contenimento regionale o indebolimento della Russia?
Data questa eterogeneità culturale e storica, l’“Alleanza dei Volontari” potrebbe avere una funzione di contenimento regionale e suscitare nella Russia, dai pretesi appetiti inestinguibili, un calcolo di opportunità per il rovesciamento delle alleanze, caro a Trump. Poiché nel quadro di una politica globale l’eurasismo è considerato un’alternativa alla visione multipolare del sistema planetario, il suo progetto potrebbe convertirsi in Europa in un grande compromesso di coesistenza Est/Ovest.
Apparso inizialmente come una Weltanschauung del pensiero russo intorno agli anni Venti, il corrente eurasista ha sconvolto l’idea di rottura politica dovuta alla Rivoluzione sovietica e si è riconosciuto nella nozione di Impero e nella mistica religiosa della “Grande Tradizione”, l’ortodossia di Bisanzio. Ecco perché la nozione di Eurasismo ha integrato nel suo corpus ideologico i tratti comuni alla “rivoluzione conservatrice” della Repubblica di Weimar (R. Steuckers) e alla destra sovranista dell’Occidente attuale (A. de Benoist). Si può aggiungere che da questo amalgama risulta una geopolitica radicata nella padronanza dei “grandi spazi” di C. Schmitt, dell’Heartland profondo di Mackinder e dei postulati culturalisti di S. Huntington. Terreno fertile per una nuova utopia, da cui potrebbe rinascere, per alcuni, un’Europa oggi declinante, operando la coniugazione storica dei due contrari, l’Oriente e l’Occidente.
Base di un nuovo equilibrio?
Orbene, lo scopo dell’“Alleanza dei Volontari” è di natura reattiva e antagonista ed è, per di più, slegato da un progetto geopolitico e da una visione strategica. La sua carenza più evidente è che non può costituire la base di un nuovo equilibrio europeo che garantisca la pace e la stabilità a lungo termine. Nata dall’esclusione dell’Europa dal grande dibattito sulle negoziazioni di pace per mettere fine al conflitto ucraino e dalla ripresa del dialogo russo-americano, cumula due handicap strutturali: una divergenza di interessi infra-europei sulla collegialità o sulla leadership dell’iniziativa e uno sfasamento della prospettiva regionale rispetto alla prospettiva mondiale.
Kiev ha tutte le carte in mano?
Quanto al nodo ucraino, la divergenza fondamentale tra gli europei e Mosca riguarda il prisma diplomatico del conflitto e soprattutto il modo di risoluzione di questo. Iniziato come “Operazione militare speciale” da parte della Russia, poi proseguito come guerra indiretta e coperta da parte degli occidentali, e intensificato come cobelligeranza attraverso il costante rifornimento di armi, aiuti finanziari, uomini, sostegno logistico, satellitare e informativo, questo conflitto è rimasto indeterminato nei suoi scopi e nelle condizioni di sicurezza accettabili dalle due parti. Al di là dell’Europa, nutre uno spirito revisionista o rivendicativo in molti altri focolai di tensione e di crisi del mondo. Considerato il fatto che l’UE e i suoi principali paesi membri non riescono a far sentire la propria voce, l’Alleanza dei Volontari mostra la volontà di esercitare un’influenza diplomatica e militare autonoma, facendo valere i propri interessi essenziali attraverso una logica di interposizione.
La logica delle coalizioni. Un richiamo dottrinale
L’imperativo di una coalizione militare, di fronte alla coalizione avversa, consiste nell’impedire all’altro di acquisire capacità superiori e di farle valere, in maniera permanente o circostanziale, per acquisire una supremazia pericolosa.
Ne consegue che all’interno di ogni alleanza la politica estera delle unità componenti esclude la solidarietà totale degli alleati, perché la forza di una coalizione è sempre inferiore alla somma delle capacità di cui dispone sulla carta. Le ragioni sono molteplici: dalla divergenza irriducibile degli interessi nazionali e dalla discordia sulla strategia tra i capi militari della coalizione, fino ai malintesi tra strateghi e decisori politici. Il principio della pace, che è un rapporto di forze e un rapporto di equilibrio come ogni altro, non può avere altro fondamento se non quello che gli è essenziale: l’assicurazione dell’equilibrio e della sicurezza. Ora, questo principio non può essere lo stesso per una potenza insulare come la Gran Bretagna o per una potenza continentale come la Germania e, per le stesse ragioni, per la Francia e la Germania considerate singolarmente, a causa della diversa vulnerabilità territoriale alla minaccia. Così, poiché la pace ricercata influisce sui modelli di conflitto e presiede alla dialettica dell’antagonismo, un interesse diverso si manifesta nell’una per la pace bellicosa (o di sottomissione), nell’altra per la pace di persuasione (o di compromesso) e nella terza per la pace dissuasiva (o nucleare).
L’Alleanza e la stabilità in Europa
L’Alleanza dei Volontari ha concepito un piano di stabilizzazione o di pace in Europa? Ha riflettuto sul ruolo futuro di Kiev e sul suo status, al di fuori di un’adesione improbabile all’UE e alla Nato? La Francia di Hollande e la Germania della signora Merkel sono state i primi padrini di Kiev, ma la versatilità di Zelensky sposta costantemente le posizioni e le gerarchie dei padrini. L’idea di un futuro trattato europeo tra Kiev e Mosca non deve scindersi in accordi separati o tematici e deve tenere conto del clima ambientale e, in particolare, del legame tra interesse nazionale e interesse collettivo.
Il braccio di ferro della Russia tra logica centripeta e logica centrifuga
In fine, l’Eurasismo, dal crollo dell’URSS, ricorda il braccio di ferro senza precedenti che si è svolto in Russia tra la logica centrifuga di balcanizzazione dell’Eurasia proveniente dall’Impero del Mare e dall’egemonismo occidentale e la logica centripeta, pan-russa e pan-slava, per l’unità dell’insieme dei paesi usciti dal passato sovietico. Questo braccio di ferro si è articolato in due strategie congiunte e ostili: una proveniente dagli allargamenti successivi della Nato e dell’Unione Europea, l’altra dal cuore stesso dell’Asia e assumente la forma dei molteplici tentativi di destabilizzazione, le “Rivoluzioni colorate” e i colpi di Stato mascherati (Uzbekistan, Kirghizistan, Georgia, Ucraina), sostenuti e manovrati dall’Occidente.
L’Eurasismo e gli sbocchi della dottrina
In considerazione della complessità delle situazioni, la dottrina dell’eurasismo ha impegnato i suoi concepitori verso tre direzioni diverse:
- una riflessione di ordine alternativo, globalizzante e sistemico;
- un’analisi della dualità della Russia, a cavallo dei due continenti e che intrattiene una doppia relazione con il resto del mondo, poco permeabile all’Ovest e più aperta all’Est;
- un posizionamento della Russia come polarità sovrana, in postura di rivalità di fronte alla dominanza dell’Egemone e alla preminenza multipolare dell’America.
Così, la geopolitica che ne risulta, fondata su postulati culturalisti, si inserisce nella teoria del mondo multipolare come una dottrina anti-egemonica eretta contro gli Stati Uniti, primo impero globale della storia. In questo senso, l’eurasismo ha accompagnato la transizione della Russia post-sovietica dalla sua auto-definizione di “potenza resistente” (E. Primakov), in grado di fare da contrappeso alla preminenza mondiale degli Stati Uniti, fino alla sua riclassificazione come “potenza sovrana” (V. Putin), “capace di difendere militarmente la propria sovranità, se necessario, in maniera autonoma”.
È proprio in un periodo di indebolimento del suo paese che S. Lavrov, il “Kissinger russo”, propugna la messa in atto della “dottrina Primakov” allo scopo di raggiungere una multipolarità egualizzatrice, più favorevole alla Russia di ogni altra equazione geopolitica, in ragione della sua posizione centrale e della sua immensa profondità strategica, che le permette di favorire l’emergere del “Sud Globale” come polo dei “Non Allineati”. Questa scelta conferirebbe un maggior peso alla Russia nei rapporti mondiali di forza, nonché nelle organizzazioni internazionali.
Di fronte al Rubicone. Chi è il vero Cesare?
Cesare non esitò ad attraversare il Rubicone e ad affrontare il Senato di Roma, sicché il pugnale dei partigiani della repubblica imperiale colpì contro di lui e contro l’avvenire dell’Impero. Attraversare il Rubicone significa sapere se Zelensky può decidere senza l’America, se gli europei possono decidere senza Trump, se Netanyahu può avanzare senza il Pentagono, se la Nato esiste ancora, o se Macron, Starmer o Merz hanno fatto i conti senza il padrone del bancone. Ma l’indecisione non può procedere senza i calcoli dei nemici, reali o virtuali: Trump, Putin o Xi Jinping. Ognuno di questi Cesari ha già deciso sul proprio Rubicone e sui propri nemici, interni ed esterni, nonché sulle loro combinazioni e forze. L’unica domanda che sarà decisa dalla storia è chi è il vero Cesare e chi sono i congiurati delle Repubbliche all’antica. Se ogni Principe ha il suo Bruto, dove e quando si leverà il pugnale del complotto e chi cadrà per primo, precipitando il mondo nel crollo e nel sangue?