Premessa
Dal gennaio 2026, gli Stati Uniti impongono un blocco delle forniture di carburante a Cuba, causando una cronica carenza di combustibile e una crisi economica. Cuba dipende fortemente dalle importazioni di petrolio, in particolare dal vicino Venezuela e dal Messico, per soddisfare il proprio fabbisogno energetico.
In seguito all'intervento statunitense in Venezuela del 2026, durante il quale le forze USA hanno deposto il presidente Nicolás Maduro, le esportazioni di petrolio venezuelano verso Cuba sono state interrotte, lasciando il Paese privo di forniture adeguate.
Gli Stati Uniti sono mossi dal desiderio di un cambio di regime a Cuba.
Situazione attuale
Gli Stati Uniti hanno iniziato a bloccare le petroliere dirette a Cuba nel febbraio 2026, prendendo di mira aziende come la compagnia statale messicana Pemex e minacciando di imporre dazi ai Paesi coinvolti qualora avessero opposto resistenza. Successivamente, Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti avrebbero potuto prendere il controllo di Cuba.
Il severo blocco petrolifero ed energetico imposto dagli USA ha costretto Cuba ad affrontare una paralizzante carenza di carburante e diffusi blackout. Il 14 maggio 2026, il Ministero dell'Energia e delle Miniere cubano ha avvertito che le scorte di petrolio e gasolio del Paese erano esaurite.
Contesto storico
Prima del 1959, le aziende statunitensi possedevano vaste proprietà terriere, zuccherifici, ferrovie e impianti minerari. Lo stesso valeva per banche, edifici e alberghi. Si trattava di una presenza fortemente oppressiva, fondata sulla proprietà diretta americana di gran parte delle infrastrutture del Paese.
La Rivoluzione cubana portò Fidel Castro al potere nel 1959, ma gli Stati Uniti organizzarono l'invasione della Baia dei Porci: un'operazione di sbarco militare fallita, avvenuta nell'aprile 1961 sulla costa sud-occidentale di Cuba e condotta da esuli cubani finanziati direttamente dagli USA. L'operazione ebbe luogo all'apice della Guerra Fredda e il suo fallimento influenzò le relazioni tra Cuba, Stati Uniti e Unione Sovietica.
Ci troviamo nel pieno della crisi scatenata dall'installazione a Cuba di missili sovietici a testata nucleare. Il monito agli Stati Uniti è chiaro: non cercate una rivincita della Baia dei Porci. Secondo i principi della deterrenza, i missili sovietici bilanciavano i missili statunitensi Jupiter schierati in Italia e in Turchia, lungo la Cortina di Ferro.
Fortunatamente, Mosca accettò un compromesso segreto con Washington che risolse la crisi: Kennedy promise di non invadere l'isola e ritirò i missili Jupiter da Turchia e Italia. In cambio, Krusciov rimpatriò i missili schierati a Cuba.
Tuttavia, gli Stati Uniti mantengono un embargo su Cuba dal 1962, in seguito alla nazionalizzazione di tutte le proprietà statunitensi da parte dell'amministrazione Castro.
Ad ogni modo, l'impatto dell'embargo divenne particolarmente significativo solo dopo il crollo dell'Unione Sovietica nel 1991; quest'ultima forniva infatti il 70% delle importazioni cubane.
Ciò portò a una crisi economica che si attenuò nel 1999, quando Hugo Chávez fu eletto presidente del Venezuela e iniziò a sostenere il Paese con forniture di petrolio fortemente sovvenzionate. In cambio, Cuba inviò medici e personale di sicurezza in Venezuela.
Nel gennaio 2025, durante il suo secondo mandato presidenziale, Trump inasprì notevolmente le sanzioni economiche contro Cuba, orientandole verso quella che definì una strategia di "massima pressione".
Un rapporto del 2026 del Center for Economic and Policy Research affermava che le sanzioni imposte a Cuba durante il primo mandato di Trump erano state "probabilmente la causa principale" dell'aumento del tasso di mortalità infantile nell'isola. Tra il 2018 e il 2025, il tasso è aumentato del 148%, passando da 4 a 9,9 decessi ogni 1.000 nati vivi.
Ciò coincise anche con un inasprimento delle sanzioni da parte dell'amministrazione di Joe Biden. Il rapporto non prendeva in esame gli effetti del blocco statunitense sui carburanti del 2026, ma gli autori ipotizzavano che esso avesse probabilmente aggravato la situazione.
Dopo l'intervento statunitense in Venezuela, che portò alla cattura del presidente Nicolás Maduro, Trump minacciò possibili azioni militari contro diversi territori, tra cui Groenlandia, Colombia, Iran e Cuba. Il 29 gennaio 2026, Trump autorizzò l'imposizione di ulteriori dazi sulle importazioni negli Stati Uniti provenienti da Paesi che fornivano petrolio a Cuba, direttamente o indirettamente. Successivamente, gli Stati Uniti hanno confermato che il cambio di regime a Cuba è un obiettivo.
Un'avventura militare contro Cuba sarebbe ardua e impegnativa
I cubani sono un popolo colto, dotato di un alto livello di consapevolezza e di valori umani, etici e persino religiosi profondamente radicati nella propria storia. È un popolo con un elevato livello di istruzione e una determinazione quasi genetica a difendere la propria indipendenza, sovranità e integrità territoriale.
Un'avventura militare contro Cuba sarebbe politicamente impraticabile. Comporterebbe un enorme spargimento di sangue e non vi sarebbe modo di giustificare un simile crimine. Chiunque impartisse l'ordine di attaccare Cuba diventerebbe un criminale di guerra: un criminale contro l'umanità.
Inoltre, non sarebbe un'opzione percorribile, poiché l'obiettivo di imporre un dominio su Cuba – o di stabilire fasi di transizione, controllare l'economia e così via – non funzionerebbe.
Molti cubani perderebbero la vita e i danni sarebbero catastrofici. Anche molti giovani americani perderebbero la vita, inviati a combattere una guerra non loro.
Sarebbe un bagno di sangue. I danni per Cuba sarebbero estremi, ma anche quelli per gli Stati Uniti sarebbero ingenti. Innanzitutto, vi sarebbero danni storici ed etici riguardanti i valori umani; danni politici; danni alla legalità e alla sicurezza internazionali.
In che modo la distruzione dell'economia cubana o del Paese stesso potrebbe servire l'interesse nazionale degli Stati Uniti? Cosa guadagnerebbero da ondate incontrollate di migranti cubani: proprio quel tipo di elemento che hanno sempre considerato una minaccia per la propria sicurezza?
Cosa guadagnerebbero gli Stati Uniti dalla destabilizzazione del bacino dei Caraibi, del Golfo del Messico e delle vitali rotte commerciali e aeree; dalla destabilizzazione dei Paesi vicini; e dall'impatto che una guerra contro Cuba avrebbe sugli Stati della regione?
La minaccia militare è, dunque, del tutto priva di senso. I cubani difenderanno il Paese. Sarà una difesa a oltranza, qualunque ne siano le conseguenze.
E se gli Stati Uniti decidessero di attaccare Cuba?
Il sistema di difesa nazionale di Cuba contro i disastri meteorologici è stato elogiato dalle Nazioni Unite e dall'Organizzazione Mondiale della Sanità per la sua capacità di ridurre al minimo le vittime, nonostante la frequenza di fenomeni meteorologici estremi.
Ora L'Avana cerca di applicare un modello simile a una minaccia diversa: un possibile scontro militare con gli Stati Uniti, mentre si intensifica la retorica del presidente Donald Trump nei confronti di Cuba.
A Cuba, l'intera popolazione riceve un addestramento militare ed è integrata nel sistema di difesa nazionale, anche alla luce del recente aumento dei voli di sorveglianza statunitensi al largo delle coste cubane e degli ordini esecutivi che definiscono Cuba una "minaccia significativa" per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Inoltre, Trump ha dichiarato esplicitamente che "toccherà a Cuba". Secondo gli analisti, pertanto, un'operazione militare statunitense potrebbe essere imminente.
Come potrebbe concretizzarsi l'opzione militare
Nelle ultime settimane, i pianificatori militari hanno esaminato diverse opzioni per una possibile azione contro l'isola, tra cui un assalto aereo guidato dall'Esercito e condotto dalla 101ª Divisione Aviotrasportata – l'unica unità addestrata per tale compito – con il coinvolgimento di migliaia di soldati statunitensi.
Qualsiasi operazione contro Cuba porrebbe il Pentagono di fronte a un problema significativo, poiché gran parte dell'attenzione delle forze armate statunitensi e alcune delle loro più preziose capacità offensive sono già impegnate altrove.
Il Pentagono ha trasferito velivoli, risorse di intelligence e altri mezzi da diverse aree geografiche al Medio Oriente per sostenere le operazioni contro l'Iran.
Hegseth, il Segretario alla Guerra, ha sollecitato un approccio più conflittuale nei confronti dell'Iran – nonostante le riserve espresse dal generale Dan Caine, capo dello Stato Maggiore Congiunto – suscitando la crescente insoddisfazione del presidente man mano che la campagna militare si rivelava più lunga e complessa del previsto all'inizio del conflitto, nel mese di febbraio.
Nel corso della guerra contro l'Iran guidata da Stati Uniti e Israele, Trump ha mostrato irritazione sia verso Hegseth che verso Caine ogni volta che questi evidenziavano i limiti delle operazioni militari.
Tuttavia, Anna Kelly, portavoce della Casa Bianca, ha affermato che il presidente è "estremamente orgoglioso" della leadership dimostrata da Hegseth durante l'Operazione Epic Fury, che ha portato alla completa distruzione dei missili balistici, degli impianti di produzione, della marina e delle difese aeree dell'Iran, oltre ad altri obiettivi.
Cuba, però, ha posto nuove sfide per la sicurezza. La CBS News aveva precedentemente riferito che Cuba si era dotata di droni d'attacco di provenienza sconosciuta. Durante una visita del 10 giugno alla base navale statunitense di Guantanamo Bay (su suolo cubano), Hegseth ha indirettamente riconosciuto la possibilità di una minaccia per tale installazione. "Sarebbe imprudente da parte del governo di Cuba tentare di procurarsi o di ottenere accesso a tipi di armi in grado di colpire questa base o il territorio americano".
Cuba e Gaza
Il blocco ha sempre avuto una natura genocida, poiché è sempre stato fondato sull'intento di nuocere a uno specifico gruppo di persone – il popolo cubano – e di sottoporlo a condizioni di vita che ne minacciano la stessa esistenza. A Gaza è già in atto un genocidio, perpetrato dal governo sionista di Israele ma protetto dall'impunità garantita dal governo degli Stati Uniti.
A Cuba si trovano oltre cento studenti di medicina palestinesi. Questi giovani uomini e donne, in lacrime, hanno chiesto con insistenza di tornare in Palestina all'inizio della fase più brutale della guerra contro il popolo palestinese. Alla fine, hanno compreso che il loro contributo più importante alla causa palestinese sarebbe dovuto arrivare in un secondo momento, una volta completati gli studi di medicina.
Dal genocidio contro Gaza, così come da quello contro Cuba, devono nascere e svilupparsi ampie coalizioni internazionali basate sulla semplice constatazione che una superpotenza non può agire per distruggere una piccola nazione restando impunita, mentre il mondo sta a guardare e lo permette. E non si tratta solo di una questione di valori; in gioco c'è la sopravvivenza stessa dell'ordine internazionale emerso dalla Seconda Guerra Mondiale.
Cuba – questa piccola isola ribelle, misteriosa, mistica e simbolica – è diventata oggi un punto d'incontro, un fulcro su cui potrebbe decidersi il destino dell'ordine mondiale. Perché se agli Stati Uniti fosse consentito di infliggere a Cuba qualcosa di simile a quanto accaduto a Gaza, cosa accadrebbe poi?
Gli Stati Uniti hanno fallito
L'America ha fallito. Innanzitutto nella battaglia delle narrazioni: un fattore decisivo nel mondo iper-mediatizzato di oggi. Si tratta di "soft power al cubo": quella stessa forza che un tempo garantiva la sua egemonia è ora diventata la nemesi di quel dominio passato.
È una ferita autoinflitta da un Golia che infligge sofferenze indicibili e gratuite a un Davide. Quando Trump porta il blocco contro il popolo cubano a livelli estremi, finisce per favorire la causa castrista anziché la propria. Espone il suo Paese ad accuse di vile e crudele imperialismo. È una sconfitta morale del tipo che il tempo raramente scalfisce, e che spesso invece amplifica.
Cuba sarà anche piccola, ma la sua immagine ha un peso tale da scalfire la reputazione del Golia a stelle e strisce: una reputazione ulteriormente offuscata dal legame di fratellanza con Israele, autore di un genocidio.
L'altra dimensione di questo fallimento è di natura geopolitica. Per comprenderla, occorre guardare al medio-lungo periodo: quel passato che permea il presente e ci invita a immaginare gli scenari futuri.
Cuba è lo scoglio su cui si è infranto il sogno di Trump di instaurare un dominio statunitense assoluto sul "proprio" mare. Quel mare di casa – in origine un semplice bacino, ma trasformato in una distesa oceanica nel 1914 dall'apertura del Canale di Panama – resta al di fuori del pieno controllo di Washington.
Il cammino verso il controllo dell'emisfero occidentale è arduo e accidentato, nonostante le eclatanti iniziative di rinominazione come "Golfo d'America" e "Lago d'America". Per l'impero, una "Cuba rossa" rappresenta un'anomalia imperdonabile.
In termini strategici e simbolici, l'importanza di Cuba per gli Stati Uniti è paragonabile a quella di Taiwan per la Cina: con i suoi legami – seppur labili – con Cina e Russia, l'isola rimane quella "questione in sospeso" che impedisce agli Stati Uniti di affermarsi pienamente come impero del Nord America.
Da Eisenhower e Kennedy a Trump e Rubio: la solita storia
La politica definita dagli esperti dell'ONU come "soffocamento energetico" sta devastando il sistema sanitario pubblico cubano, compromettendo la disponibilità di farmaci essenziali, componenti per dispositivi medici e, soprattutto, del carburante necessario per alimentare le strutture ospedaliere.
Il personale sanitario è stato costretto a ventilare manualmente i neonati, immettendo aria nei loro tubi respiratori mentre attendeva l'entrata in funzione dei generatori di emergenza durante le interruzioni di corrente. La creazione e lo sfruttamento delle vulnerabilità della popolazione cubana con intenti letali erano stati pianificati ancor prima che John F. Kennedy emanasse, nel febbraio 1962, il proclama presidenziale che bloccava ogni commercio con Cuba.
In un memorandum segreto redatto nell'aprile 1960, Lester D. Mallory – vice assistente segretario di Stato per gli affari interamericani dell'amministrazione Eisenhower – nell'esaminare strategie per stroncare una rivoluzione socialista a sole 90 miglia dalle coste della Florida, osservò che, dato il sostegno di cui godeva Fidel Castro presso la maggioranza della popolazione, l'unico modo per "alienare il consenso interno" fosse quello di provocare "disillusione e disaffezione, facendo leva sul malcontento economico e sulle privazioni".
A tal fine, si suggeriva di adottare "tempestivamente ogni mezzo possibile per indebolire la vita economica di Cuba... negando al Paese fondi e rifornimenti, riducendo i salari nominali e reali e provocando fame, disperazione e il rovesciamento del governo".
Trump e il Segretario di Stato Marco Rubio hanno consolidato l'infrastruttura giuridica, politica e ideologica di oltre sessant'anni di guerra economica contro Cuba, con l'obiettivo dichiarato di portare lo Stato cubano al collasso. Sebbene non si debbano sottovalutare le continuità con il passato, è altrettanto importante comprendere la novità della situazione attuale.
Sebbene l'autocrazia elettorale sembri la via più semplice, l'amministrazione Trump è pronta a riproporre il modello bellicoso adottato per le invasioni di Grenada (1983) e Panama (1989); non è mai stato fatto mistero della volontà di applicare tale modello anche a Cuba.
Il capitalismo — inteso non tanto come adozione di un'economia di mercato, quanto come opportunità di saccheggio sfrenato e profitto per i sostenitori dell'amministrazione Trump — è al centro di questo assedio, che funge da strumento di estorsione imperiale.
Trump non ha mai nascosto il desiderio di costruire il primo hotel a Cuba dopo la caduta del castrismo. Non appare azzardato affermare che la Cuba pre-rivoluzionaria — quel paradiso del saccheggio ritratto ne “Il Padrino - Parte II” — rappresenti l'utopia trumpiana per eccellenza.
Gli esperti dell'ONU condannano le nuove sanzioni USA mentre si aggrava la crisi umanitaria
Il 6 agosto 2026, gli esperti dell'ONU per i diritti umani hanno condannato le recenti misure adottate dagli Stati Uniti contro Cuba, denunciandole come un tentativo di alterare l'ordine costituzionale di uno Stato sovrano attraverso minacce e coercizione.
Hanno esortato la comunità internazionale e la società civile ad agire tempestivamente per evitare che sull'isola si consumi una "Gaza silenziosa", scenario recentemente paventato da quattro membri del Congresso USA durante la loro visita a Cuba.
"Le ripercussioni umanitarie stanno già sfociando in una crisi conclamata, minacciando il diritto alla salute, alla vita, all'alimentazione e allo sviluppo", hanno dichiarato gli esperti, a seguito di segnalazioni circa l'accumulo di rifiuti non raccolti in alcune zone dell'Avana, fattore che aggrava il serio rischio di diffusione di malattie.
Le agenzie dell'ONU a Cuba hanno lanciato l'allarme sui crescenti rischi di insicurezza alimentare e sulla carenza di medicinali e beni di prima necessità; i ripetuti collassi della rete elettrica nazionale e i prolungati blackout stanno compromettendo i servizi sanitari e causando gravi mancanze di farmaci e di capacità di trattamento oncologico.
"Il cibo non deve mai essere usato come strumento di pressione politica. Le misure che privano consapevolmente una popolazione dei mezzi di sussistenza colpiscono le garanzie fondamentali del diritto alla vita e ledono il nucleo stesso della dignità umana", hanno affermato gli esperti.
Gli esperti hanno sottolineato che le misure coercitive unilaterali e illegittime degli Stati Uniti contro Cuba violano l'Articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite e rientrano in una più ampia strategia di cambio di regime che comprende l'embargo decennale contro l'isola.
"Il governo degli Stati Uniti deve cessare ogni minaccia e atto ostile contro la sovranità di Cuba e revocare tutte le misure imposte al Paese che contrastano con il diritto internazionale", hanno dichiarato gli esperti.
"Il Consiglio di Sicurezza e l'Assemblea Generale dovrebbero affrontare urgentemente tali minacce, trattandole come una questione di pace e sicurezza internazionale", hanno aggiunto.
Considerazioni
Il Segretario di Stato Marco Rubio ha costruito la propria carriera all'interno dell'apparato politico cubano-americano di destra in Florida. Poiché Trump ha di fatto delegato la definizione delle politiche alla sua cerchia di collaboratori, l'ossessione di Rubio di "portare a termine il lavoro" di smantellamento della rivoluzione cubana potrebbe essere diventata la linea politica degli Stati Uniti.
Tuttavia, con l'amministrazione "Trump 2.0", è in gioco qualcosa di più importante del semplice soddisfacimento di una base elettorale, come indicato dal "corollario Trump" alla Dottrina Monroe del 1823, presente nella Strategia di Sicurezza Nazionale dell'anno scorso. Il documento segna un ritorno all'epoca in cui gli Stati Uniti consideravano i Caraibi come un lago americano e l'emisfero occidentale come il proprio "cortile di casa".
L'imminente sconfitta degli Stati Uniti nella guerra contro l'Iran probabilmente non dissuaderà Trump dall'attaccare Cuba o dal tentare un'operazione di cattura lampo ai danni di Raúl Castro, simile al sequestro – condotto con mezzi militari – del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie avvenuto a gennaio. È anzi assai probabile che Trump consideri Cuba un obiettivo facile per distogliere l'attenzione dal fiasco iraniano.
Tuttavia, qualsiasi avventura militare a Cuba non farebbe altro che aggravare l'attuale situazione, già intollerabile, per il popolo cubano. Se un attacco statunitense dovesse causare un gran numero di vittime, come verrebbero curati i feriti in ospedali che già oggi funzionano a stento? Un’offensiva USA scatenerebbe una crisi di profughi, con migliaia di persone che tenterebbero di fuggire dall’isola verso la Florida? E come reagirebbero le forze navali statunitensi, considerando che prevenire una "migrazione destabilizzante" è uno degli obiettivi della Strategia di Sicurezza Nazionale?
Un’altra incognita riguarda la reazione del popolo cubano a un’aggressione statunitense. Il governo di Cuba sostiene che oltre un milione di cittadini faccia parte di forze paramilitari mobilitabili per difendere la sovranità del Paese.
Qualunque sia la giustificazione addotta dagli Stati Uniti per un intervento a Cuba, è evidente la totale assenza di interesse per l’autodeterminazione, la vita e le condizioni di esistenza del popolo cubano. Gli Stati Uniti non hanno alcun diritto di decidere — né tantomeno di interferire — riguardo al futuro del popolo cubano. Solo i cubani hanno questo diritto.
Conclusioni
Il periodo successivo alla Guerra Fredda ha creato opportunità per la normalizzazione dei rapporti tra Stati Uniti e Cuba; tuttavia, sotto l'amministrazione Trump (sia nella prima che nella seconda fase), tali sforzi sono stati vanificati poiché la destra cubana della Florida meridionale rimane una componente influente dell'elettorato repubblicano.
L'isola rappresenta una spina nel fianco per gli Stati Uniti nel Golfo del Messico. Inoltre, funge da catalizzatore per un interesse crescente non solo da parte della Cina, ma anche di un attore regionale emergente: il Messico. Quest'ultimo mantiene in vita Cuba fornendo le limitate quantità di petrolio che raggiungono l'isola caraibica, sfidando così potenziali ritorsioni da parte di Washington.
Nella visione strategica del governo messicano sono in gioco questioni umanitarie e culturali, oltre all'aspirazione nazionale ad assumere un ruolo più significativo nel "Mediterraneo americano" (Golfo del Messico e Mar dei Caraibi).