IL RIBALTAMENTO DEL MONDO
LA COALIZIONE DEI VOLONTARI E LA FRATTURA DELL’IMPERO
Irnerio Seminatore
La messa in atto di un sistema post-occidentale
Si tratta di un ribaltamento di prospettiva del sistema post-occidentale, che sta venendo messo in atto oggi, attraverso la perdita della lettura della realtà del mondo da parte degli europei e attraverso la cancellazione del continente dalle grandi decisioni del futuro.
Fine delle assicurazioni ideologiche e fine della lunga parentesi che non ebbe equivalenti, in durata della pace, se non dalla fine dell’Impero romano d’Occidente. Ora lo scontro di nuovi Imperi è qui: l’Impero degli Stati-continente o degli Stati-civiltà.
Da Seattle a Vancouver e da Vancouver a Varsavia, poi a sud, da Tokyo a New Delhi, passando per Shanghai e Singapore, il XXI secolo scava le fondamenta di un nuovo ordine sui due assi Est-Ovest e Nord-Sud.
La vecchia Europa potrà adattarsi a questi cambiamenti che le chiedono i nuovi orizzonti della società planetaria e i nuovi rapporti di forza mondiali? Con lo scivolamento dell’Europa verso una situazione periferica si ridisegnano i continenti un tempo coloniali e l’asse di gravità del mondo si sposta in Estremo Oriente, verso l’Asia-Pacifico. Qui la demografia, gli scambi, le ambizioni strategiche dei maggiori attori del pianeta producono un’accelerazione della storia che pochi altri momenti hanno conosciuto, dalla scoperta dell’America (1492). L’Europa potrà ancora pesare sulle grandi decisioni di prospettiva e gli Stati Uniti, potenza del Pacifico, diventeranno un nuovo Impero, accanto all’Impero russo e all’Impero di Mezzo, dividendosi il mondo?
Dopo l’apertura della crisi ucraina, i paesi della fascia atlantica, dell’Europa centrale e orientale vivono le angosce di una crisi di sopravvivenza, dovuta al ritorno della Russia, alla sua profondità strategica e al suo stretto partenariato con la Cina.
Nell’orrore della paura orchestrata dai media, i dirigenti di Francia, Gran Bretagna e Repubblica Federale di Germania hanno creato nel febbraio 2025 una “Coalizione dei volontari”, su iniziativa della Francia e del Regno Unito, allo scopo di proseguire il loro sostegno all’Ucraina finanziariamente, militarmente e in termini di sicurezza. Questa iniziativa sembra andare controcorrente rispetto alla storia e al ribaltamento del mondo verso l’Asia-Pacifico, perché si vuole difensiva e dissuasiva nei confronti dell’intenzione ostile che si attribuisce alla Russia. Essa traduce in realtà una mancanza di visione sul mondo di domani, che sarà probabilmente fatto di raggruppamenti di paesi omogenei per storia e per cultura, e che risulta inoltre dal disprezzo europeo per la Russia. Ma è soprattutto la traduzione della strategia in tattica che rovescia l’ordine dei paradigmi difensivi, in funzione di stereotipi disorientanti. Per ricordo, la Russia è vista come un anti-modello occidentale, di tal fatta che il potere russo ragionerebbe in termini westfaliani (sovranismo, non-ingerenza, spartizioni di influenza, dispute territoriali, potenza militare, azione dei servizi segreti) di fronte a europei che hanno adottato un modello post-nazionale, post-moderno e post-westfaliano.
La Coalizione dei volontari, un “Roll Back” inconfessato e una rimessa in discussione della Leadership americana
Di fronte a una congiuntura di pericolo, niente di meglio che tessere la tela del grande scacchiere. Così, cominciando dal livello più astratto e da una definizione dei concetti di base, la Coalizione dei volontari, che si definisce difensiva, si concretizza in un obiettivo: conservare ciò che si ha, ma che è conteso. L’aggressore (o presunto tale) vuole conquistare ciò che appartiene all’altro o agli altri e la sua azione è definita come offensiva. La condotta difensiva della guerra, una volta annientata la volontà avversa, può cambiare il suo obiettivo? Oppure esige di andare più lontano e di appropriarsi di ciò che appartiene all’altro o agli altri? La figura dell’aggressore è qui quella che mira all’annientamento delle nostre forze, all’occupazione del nostro territorio e all’utilizzo delle nostre risorse. Oppure, ancora più lontano, all’equilibrio di sicurezza e a un cambiamento radicale di regime politico.
Rispondere a queste domande è essenziale per comprendere se la Coalizione dei volontari ha un obiettivo di guerra diverso da quello della Nato e quale. Rispetto alla Nato della prima “Guerra Fredda”, la Coalizione dei volontari rappresenta la rimessa in discussione del centro autonomo di decisione e di azione, proveniente da una volontà politica extra-europea, quella dell’America, che ne definiva gli interessi e gli obiettivi. Così, in pura logica, la “Coalizione dei volontari” rivendica oggi l’indipendenza politica e l’autonomia delle forze continentali. In quest’ultimo caso, anche se gli attori della coalizione sono unità politiche omogenee, obbedienti alla stessa concezione della politica, la differenziazione più importante sta nella posta in gioco della lotta e nella dimensione degli interessi e degli obiettivi, definiti dalla pluralità dei rischi assunti da ciascuno. Passando dall’analisi dei determinismi materiali a quella dei valori intangibili, è utile precisare che la “Coalizione dei volontari” – Francia, Germania e Gran Bretagna – non ha affatto scopi nazionali convergenti. I paesi che la compongono hanno sicuramente obiettivi nazionali diretti e astratti, che li distinguono, nel perseguimento delle loro politiche estere, dagli Stati Uniti, il cui scopo è planetario, egemonico e imperiale. È questa la differenza essenziale, perché si riferisce alla dimensione delle poste in gioco, alla grandezza dei rischi e all’identità dei nemici. In effetti la Francia, come potenza insoddisfatta e spezzata nella sua unità etnica e civilizzazionale, prosegue la sua ultima politica “di rango”, di cui non ha più le risorse e che ha sostituito la politica di grandezza e di prestigio di de Gaulle; la Germania, che ha convertito la politica di primato, di superiorità e di potenza del XIX e XX secolo in un normativismo piatto e democratico, deve ormai abbandonare la sua condizione di potenza soddisfatta e dimenticare tentazioni inconfessate per il Sonderweg di un tempo; e la Gran Bretagna, eternamente mercantilista, rimpiazzata dall’America missionaria, cerca di dimenticare che la Coalizione dei volontari è una coalizione di “valori” e non di impero e deve trattenersi dalle sfide, che consistono nel sostenere le provocazioni di Zelensky nei confronti della Russia.
Qual è d’altronde la quota di rischio assunta da ciascuno e qual è lo status dei militari a terra come forze di interposizione e la soglia di impegno in un conflitto?
La Coalizione, una sintesi di sfide
La Coalizione dei volontari rimane la sintesi di tre componenti:
- una mancanza di visione planetaria e un’ostilità dichiarata verso la Russia
- una traduzione della strategia in tattica
- una divergenza di fondo tra Europa e Stati Uniti e tra gli europei stessi
Dal punto di vista più generale, le opzioni che specificano globalmente l’insieme della sfida, determinando la strategia dei paesi membri della coalizione, tanto sul piano regionale quanto mondiale, sono dettate dalla congiunzione clausewitziana del fronte di combattimento iraniano, che conduce all’assorbimento delle risorse congiunte euro-israelo-americane (Niederwerfung). L’apertura di una finestra di opportunità per la Cina nello Stretto di Taiwan o contro le basi americane del Pacifico diventerebbe possibile. Così la risoluzione occidentale di fronte a questo tipo di congiunzione se ne troverebbe compromessa, dal pericolo diretto in Ucraina, dallo sforzo di condivisione delle forze e delle risorse nei due teatri, europeo e mediorientale, e dall’incertezza di un confronto nel Pacifico. Ora, l’assenza di affettività per l’America, la mancanza di risoluzione e di coraggio di fronte alla sfida asiatica e il risveglio simultaneo dell’orso e del drago inquietano i tre paesi. Si aggiunge l’imprevisto: l’invasione dal Sud.
Ceuta, l’assalto migratorio e la frattura dell’Impero
L’attacco alla Leadership e al Capo delle Armate in guerra contro l’Iran era già cominciato con il rifiuto di Sánchez di consentire il sorvolo della Spagna per il rifornimento del conflitto in Medio Oriente e questo crimine di tradimento e di lesa maestà era stato reiterato da Macron attraverso il rifiuto di pattugliare il Golfo Persico e di assicurare la libertà di transito nello Stretto di Hormuz. Questo indebolimento della solidarietà euro-atlantica non poteva compiacere né l’America né Israele, perché il conflitto israelo-americano è stato percepito come una responsabilità esclusiva dell’America e come un errore strategico del suo Presidente. Poteva rimanere senza conseguenze in una congiuntura di tensioni e di crisi? In piena tempesta, la difficile navigazione di questa coalizione non poteva ritardare lo shock di una sorpresa strategica: l’assalto migratorio del 30 luglio, un’ondata che includeva anche jihadisti, sull’enclave di Ceuta, di fronte a Gibilterra, colpendo la Spagna e l’Europa.
Mezzo di pressione o inevitabilità della storia?
L’assalto migratorio di Ceuta è stato una prova di forza del Marocco per testare la Spagna, ma rimane la testimonianza di una minaccia migratoria più ampia.
La pressione esercitata dal Marocco a Ceuta non può essere separata dall’occupazione del Sahara occidentale e dall’asse costruito da Rabat con Washington e Tel Aviv per attaccare la politica pro-palestinese del governo Sánchez. Il Sahara occidentale è diventato una moneta di scambio geopolitica negli Accordi di Abramo: gli Stati Uniti e Israele legittimano l’espansionismo marocchino, mentre Rabat offre la normalizzazione diplomatica, la cooperazione militare e un punto d’appoggio strategico nel Maghreb. L’assalto all’enclave spagnola evoca anche l’incubo di una seconda “Reconquista Islamica”, dopo quella del 1084, multiforme, estesa per ammassi e per ondate successive.
In termini di precedenti storici, Ceuta fu la base dell’invasione islamica diretta da Tariq ibn Ziyad, quando il suo dirigente gotico, Giuliano, esortò i musulmani a invadere la Spagna. La Ceuta di allora fu presa come piattaforma per attaccare l’Andalusia e un punto di svolta storico sembra prodursi attualmente attraverso un gioco di bilancia della storia. Questa invasione è paragonabile alle invasioni dei barbari che, a est del continente, fecero cadere l’Impero di Roma oppure ai colpi di ariete dell’impero delle steppe per imporsi a Qin Shi Huang, il “Primo Augusto Sovrano”, che unificò la Cina nel 221 a.C.? La risposta non può sottovalutare lo shock delle opinioni dei paesi dell’Unione Europea, spezzate dalle impotenze delle politiche e dalle loro corruzioni morali. Queste masse caotiche di giovani, mobilitabili a comando e inebriate dal furto, dallo stupro, dal saccheggio e dalle razzie della lunga tradizione barbaresca, non devono combattere per ottenere la cittadinanza spagnola, come fu il caso per i soggetti dell’Impero romano al fine di ottenere la cittadinanza romana decretata da Caracalla nel 212. Fino ad allora, la cittadinanza romana (con i suoi privilegi ma anche i suoi doveri fiscali) era concessa solo agli abitanti dell’Italia e, nelle province, ai municipi aventi lo status di colonie romane. La cittadinanza romana si otteneva anche dopo 24 anni di servizio nelle truppe ausiliarie dell’esercito romano. Nell’Europa di oggi: né fiscalità, né servizio militare, né pene penali, ma unicamente assistenzialismo, privilegi, comprensione e appoggi politici suicidi. Se l’Impero romano d’Occidente durò 4 secoli e l’Impero romano d’Oriente 10 secoli di più, grazie alla forza delle intrighe e di una diplomazia di compromesso, quanto tempo durerà ancora l’Unione Europea, il “Terzo Reich etico”, che non ha né diplomazia né esercito, ma solo l’impotente Frontex, sorveglianza porosa delle frontiere esterne dell’Unione?