LA GUERRA ISRAELO-AMERICANA CONTRO L’IRAN E LE CHIAVI DELLA PACE E DELLA GUERRA

Auteur: 
Irnerio Seminatore
Date de publication: 
27/7/2026

LA GUERRA ISRAELO-AMERICANA CONTRO L’IRAN E LE CHIAVI DELLA PACE E DELLA GUERRA

Irnerio Seminatore

Uno scontro asimmetrico

La guerra iniziata il 28 febbraio 2026 contro l’Iran si inserisce in un contesto di crisi e di trattative diplomatiche che, dagli accordi del 29 settembre 2025 a Washington, ha condotto all’elaborazione di un piano di pace per Gaza e ha tratto la sua origine, di concezione e di azione, da un incontro segreto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu dell’11 febbraio scorso, nella sala di crisi della Casa Bianca, la White House Situation Room, dove vengono prese le decisioni cruciali per la sicurezza degli Stati Uniti. Il New York Times ha rivelato questa origine e ha così svelato le quinte dell’entrata in guerra degli Stati Uniti in Medio Oriente.

Nella sua concezione, tipologia e messa in opera, questo conflitto può essere letto come uno scontro asimmetrico tra due potenze convenzionali e nucleari (Stati Uniti e Israele) e uno Stato convenzionale e teocratico (Iran).

L’obiettivo dichiarato è stato inizialmente quello di neutralizzare la minaccia nucleare, distruggere la rete di missili balistici e smantellare l’influenza dell’“asse della resistenza” pro-iraniano, dal Hamas a Gaza, al Hezbollah nel sud del Libano e agli Houthi nello Yemen.

Per lo Stato di Israele la finalità del conflitto è esistenziale e i rischi di incendio regionale sono stati anticipati e giustificati dalla dottrina del “realismo offensivo”. Tuttavia gli obiettivi di decapitazione del regime, evocati all’inizio del conflitto, hanno lasciato il posto a una crisi regionale di implicazioni strategiche maggiori, in considerazione delle ripercussioni di natura economica, finanziaria o di sicurezza che avrebbero colpito i diversi attori del sistema internazionale. Tuttavia, per il suo contesto, la sua portata e il suo impatto, questa guerra illustra le tensioni e la precarietà di un ordine mondiale in cui l’Iran cerca di appoggiarsi sulla Russia e sulla Cina per riequilibrare i rapporti di forza all’interno di una multipolarità di cui il conflitto ridisegna lo spazio e la funzione, di alternativa sistemica e di riequilibrio strategico.

Sulla resilienza ineguale

L’imprevedibile resilienza dell’Iran ha avuto come fondamento un nodo strategico di importanza sistemica, basato su diversi fattori:

  • una compensazione della sua inferiorità tecnologica mediante un approccio decentrato, utilizzando milizie regionali (“l’asse della resistenza”) e tattiche di usura;
  • una notevole capacità di accettare perdite e di mantenere una coesione sociale interna;
  • la resistenza strutturale di uno Stato a fondamento religioso, che influenza sensibilmente gli esiti della guerra.

Così, il fallimento della concezione della potenza di carattere tecnologico, fondata sulla superiorità aerea e navale, sul targeting dei dirigenti e sulla distruzione delle infrastrutture militari, ha mostrato la deficienza del concetto di guerra adottato per definire la nozione di “vittoria militare” e per tradurla in “vittoria politica”, senza un’occupazione terrestre del paese.

I limiti della potenza

A livello di sistema, l’allargamento del conflitto ha messo in evidenza i “limiti” della potenza nella sua funzione di protezione militare e di garante della stabilità politica, e ha rivalutato l’importanza dei “valori morali”, interni ai paesi belligeranti, per resistere nel conflitto.

A livello mondiale, il conflitto ha accentuato la vulnerabilità degli approvvigionamenti energetici e i loro shock diretti sull’economia, sommabili alla volatilità dei mercati finanziari, che influiscono sulla tenuta dello sforzo di guerra della Russia e sulla dinamica delle produzioni-esportazioni cinesi.

Africa ed Eurasia. Escalation globale o transizione del sistema?

Un interrogativo inevitabile ci conduce a prendere in considerazione, di fronte a queste mutazioni regionali, la domanda di ordine generale consistente nel sapere se questo conflitto non ci stia conducendo verso un’escalation globale e un ordine di rischi non controllabili, oppure se si tratti soltanto di un aggiustamento del sistema. Interrogativo, tuttavia, che assomiglia piuttosto a un dubbio.

Tornando agli accordi di Washington del 29 settembre 2025, che riguardano l’Africa, questi accordi hanno spostato le linee delle impasse diplomatiche esistenti da trent’anni tra la RDC e il Ruanda, radicate a metà degli anni 1990 in seguito al genocidio ruandese del 1994 e alle guerre del Congo, e hanno portato alla sostituzione dell’Europa e, in particolare, della Francia da parte della Cina, della Russia e degli Stati Uniti per il controllo delle risorse.

Essi sono stati “un passo importante verso la de-escalation, la pace e la stabilità nell’est della Repubblica Democratica del Congo e nella regione dei Grandi Laghi”, ha commentato il Segretario generale delle Nazioni Unite Guterres, il cui ruolo è stato come sempre marginale.

Il Vertice della NATO ad Ankara e la gerarchizzazione dei ruoli politici

Quanto al Vertice della NATO ad Ankara, che completa il panorama della nostra attualità diplomatica, il suo significato dichiarato è consistito nel:

  • confermare il legame transatlantico tra gli europei e l’America (dissuasione credibile e ricorso all’art. 5 in caso di crisi maggiore),
  • persuadere l’Europa a farsi carico della propria militarizzazione (clausola del 5 %),
  • subordinare l’Europa alla Germania e entrambe agli Stati Uniti.

Nel specificare e commentare le misure all’ordine del giorno del Vertice, un’attenzione particolare ha riguardato il ruolo crescente della Turchia, in posizione di interfaccia tra la Russia, il Medio Oriente e il Mediterraneo.

A questo proposito, i paesi del Vertice hanno consentito ad Ankara di continuare ad assicurare il controllo dell’accesso al Mar Nero e di giocare un ruolo-chiave come cerniera intercontinentale di potenza convenzionale. Gli Stati Uniti restano così l’ancora nucleare e tecnologica dell’Alleanza, in via di trasformazione nella sua struttura e nel suo comando. Per la Germania, ciò significa giocare un ruolo di leader all’interno della NATO, nonché nell’UE. Nella formulazione di una nuova geopolitica eurasiatica, l’Ucraina deve continuare a giocare il suo ruolo di perturbatrice, al fine di esaurire la Russia e, dal punto di vista strategico, l’abbassamento della soglia di dissuasione tra nucleare e convenzionale riduce i margini di manovra politici della Germania, integrata nelle strutture dell’Alleanza. Così, con una Repubblica Federale ricentrata e appesantita di nuovi oneri e di nuovi rischi, l’Ucraina in avamposto, Parigi e Londra in ritirata, in perdita di peso e di rango, Washington può dedicarsi alla sua vera missione: la ricerca di un condominio strategico con la Cina o l’accettazione della “Trappola di Tucidide”, che segnerà una svolta storica e forse fatale per l’Occidente.

Russia e Cina, posture di “ritenuta” e di “attesa”. Un terzo fronte di conflitto in Estremo Oriente o la chiave della pace e della guerra

Dal punto di vista multipolare, la Russia e la Cina, avvantaggiate dal conflitto e importanti sostenitrici dell’Iran, hanno adottato una postura di ritenuta e di attesa, per evitare uno scontro diretto con l’Occidente, che modificherebbe la dinamica dei “blocchi instabili” e darebbe loro le chiavi del gioco in Eurasia.

Con il Vertice di Ankara, che ha avuto lo scopo di fare chiarezza all’interno della relazione transatlantica, questa chiarificazione ha portato a un ordine in cui la Germania paga e dirige, l’Ucraina combatte e si interpone e gli Stati Uniti esercitano la funzione dominante e dirigente.

Questa area, un tempo decisiva, è influenzata dal rischio dell’apertura di un terzo fronte di conflitto in Estremo Oriente, dove gli Stati Uniti giocano al contenimento su tutto il perimetro dell’Heartland e dove si situano le chiavi, da patteggiare, di un’eventuale negoziazione tra la Russia e gli Stati dell’Occidente. Il prezzo da pagare è il disaccoppiamento Europa occidentale / Stati Uniti e non quello, assai improbabile, di Russia e Cina.

Gli USA e il loro gioco planetario

In questo modo, in un contesto internazionale rimodellato, gli Stati Uniti, all’apogeo della loro potenza egemonica e in posizione centrale, rifiutando una distribuzione più equilibrata della potenza e quindi un mondo multipolare, controlleranno in maniera diretta o indiretta il Rimland, al di là dell’emisfero Nord e, attraverso relazioni informali, le due Americhe e i due poli, artico e antartico, la facciata atlantica, l’Africa, il Vicino e Medio Oriente, il Pacifico Nord e Sud, il Giappone, la Corea del Sud, le Filippine, il Vietnam, l’Australia, la Nuova Zelanda, i circuiti marittimi, la finanza internazionale, l’energia, le risorse minerarie e le economie dei paesi sviluppati e in via di sviluppo. Il Sud Globale, che vuole sottrarsi a questa stretta, ha un solo progetto, quello di emanciparsi, e non può ambire, per il momento, che alla sua emergenza subalterna all’interno di un mondo multipolare. Quest’ultimo e gli attori che ne fanno parte rifiutano ormai la vassallizzazione agli Stati Uniti, il che è fonte di conflitti e di crisi reiterate.

La lettura del sistema internazionale attuale esclude la prospettiva di un ordine stabile e prefigura invece un avvenire di frattura progressiva della comunità delle nazioni e un disordine esteso, difficile da arrestare.

L’osservatore disinteressato non avrà difficoltà a notare che la strategia di un attore regionale tende a ridurre lo spazio della conflittualità e che una grande strategia a scopo egemonico procede per tappe e distende la demisura delle sue ambizioni nei tempi lunghi, al fine di gestire meglio i conflitti o di crearne altri, per regnare meglio e giustificare meglio i suoi interessi e il suo potere.

I rischi per la stabilità

Che dire delle relazioni interne di stabilità per le potenze dominanti, tutte sottoposte, a gradi diversi, a problemi di equilibrio e di cambiamento di governance? Che dire delle tensioni e delle crisi latenti, confrontate ai rischi simultanei di rottura del consenso interiore e di attacco alla stabilità internazionale?

L’effetto domino, la “totalità guerra-politica” e l’unità del combattimento totale

“L’effetto domino”, che si delinea in Medio Oriente, definisce sempre più una strategia, perché corrisponde da un lato all’allargamento del conflitto e dall’altro a un’anticipazione delle repliche, in sé singolari, ma pianificate in anticipo su scala regionale. Se ci si riferisce alla finalità implicita della politica estera di un paese belligerante e quindi alla “totalità guerra-politica”, come un insieme a due strutture di volontà, questa totalità esige un’unità di combattimento e quindi l’unità di una sola volontà (“Il padrone sono io!” D. Trump). Il concetto di combattimento totale si decompone in un numero di combattimenti parziali che, secondo Clausewitz, comportano una doppia gerarchia di fini: uno, di ordine internazionale, inerente alla strategia generale (Zweck) proveniente dalla “grande politica”, e l’altro, di ordine nazionale (Ziel), inerente al numero degli attori coinvolti (i pedoni). Questa totalità esige un’unità, perché “solo chi è diretto da ‘una’ volontà appartiene a ‘un’ combattimento” (R. Aron). Affinché il combattimento contro il nemico permetta di raggiungere il livello superiore, quello della vittoria politica, i pedoni, sottoposti alla gerarchia dei fini, devono cadere e cessare il loro sostegno o la loro partecipazione al combattimento. I pedoni presi di mira, su scala regionale, sono quindi le basi americane nei paesi del Golfo, in Arabia Saudita e in Iraq, le milizie sciite in Libano, in Iraq e nello Yemen e gli obiettivi militari in Israele stesso. Su scala mondiale, gli attori del combattimento totale sono le diverse opinioni pubbliche, le basi elettorali di Trump, Netanyahu e altri, il ritorno dello Stato islamico e le grandi ondate migratorie, domani l’apertura da parte dell’Impero di Mezzo di un terzo fronte di combattimento a Taiwan e in Estremo Oriente. I fattori di questa disputa saranno le sanzioni economiche in Eurasia, i ripiegamenti dell’Occidente in Africa e in Asia centrale e il riavvicinamento dei due teatri di crisi, ucraino e medio-orientale. Si aggiunge il documento di sicurezza nazionale americano pubblicato il 4 dicembre 2025 (National Security Strategy), sulla fiducia tra alleati storici, sulle derive identitarie dei due continenti e sulle loro crisi civilizzazionali. Costituiscono bersagli obiettivi a livello regionale i “data centers” dei paesi del Golfo, poi, in caso di blocco prolungato dello Stretto di Ormuz, l’Occidente in generale e l’Europa in particolare. Questa primazia della politica egemonica di tipo planetario, che è sfuggita all’UE, non ha lasciato indifferenti i decisori americani e israeliani e gioca le sue carte ultime e decisive in un’impresa imprevedibile.

Dopo gli attacchi americano-israeliani e la risposta iraniana, si delineano tre esiti: conflitto limitato, incendio regionale o escalation/de-escalation sotto pressione mondiale. Al di là di queste tre ipotesi non resta che l’opzione sistemica della svolta della storia, il duello del secolo Stati Uniti-Cina.

La stabilità, l’equilibrio di potenza e la scuola realista

I Realisti e i neo-realisti tendono a interessarsi esclusivamente alle relazioni tra le Grandi Potenze e alla polarità del sistema, in modo tale che la stabilità di un sistema è definita dalle relazioni di equilibrio tra potenze multipolari. Ora la teoria della stabilità egemonica implica che, quando una Grande Potenza diventa Egemone o abbastanza potente da poter tenere in una sola mano le stesse forze di tutte le altre potenze riunite, il sistema diventa o ridiventa stabile. Ciò sembra convenire al Presidente Trump, insensibile alle critiche che vi scorgono i segni di un’hybris che condanna l’Egemone al suo declino.

Per impotenza o per gelosia, queste critiche mettono l’accento ora sulla “sovraestensione del potere imperiale”, come segno inesorabile del declino dell’Egemone, ora sull’“interdipendenza complessa” che erode i legami di allegianza tradizionale e valorizza la dottrina dell’interdipendenza, in questo caso asimmetrica.

Qualunque sia l’opzione teorica trattenuta, l’equilibrio delle potenze sembra essere l’unico mezzo di regolazione internazionale suscettibile di assicurare un ordine e una stabilità in un mondo sempre anarchico. Così la politica estera di Trump, il Grande Satana destabilizzatore, dovrà subire ancora di più crisi e attacchi alla stabilità, al di là delle molteplici delusioni, difficoltà e critiche, interne e internazionali.

Il ritorno alla politica

Se un Capo di Stato, che è al tempo stesso il Capo di guerra, deve assicurare la legge suprema della guerra, che è la decisione mediante le armi o ancora la distruzione delle forze armate del nemico, come può assicurare la supremazia della politica sulla guerra e garantire di aver raggiunto i suoi obiettivi politici? Come può tornare a una politica di pace o di silenzio delle armi, se la pace non rappresenta il compimento dell’obiettivo militare e della finalità politica dichiarata? Se, a causa della demisura delle sue ambizioni o della sua fiducia esclusiva nella forza, questo Capo di Stato, così come lo Stato che rappresenta, possono perire del loro successo e sollevare contro di sé la maggioranza dei membri della Comunità degli Stati e quella della società planetaria.

Se questo Capo di Stato, in quanto Capo politico e Capo di guerra, deve abbracciare con la sua funzione l’insieme delle circostanze politiche così come militari in divenire, non può ignorare che la fiducia esclusiva nella forza delle armi o nei soli sforzi diplomatici è destinata alla sconfitta finale, perché la comunità degli Stati, come un tutto o come un sistema, è costituita da un intreccio di interessi, di valori e di razionalità, nonché di attori piccoli o grandi, che giudicano della propria conservazione e rappresentano interessi comuni a tutti, interessi universali, che rendono intelligibile la storia. A questo titolo essi impongono un “limite” tanto alla potenza delle armi quanto alla fede cieca di fronte ai feticci della pace. Così, in un’interpretazione conforme allo spirito del nostro tempo, è dunque mediante il ritorno a un equilibrio relativo e quindi alla politica oggettiva o globale, o ancora alla grande politica, che questo Capo dello Stato può ritrovare le modalità di una sicurezza planetaria. La politica soggettiva o quella di un attore maggiore sa perfettamente che la violenza possiede la propria legislazione e che la politica non può regnare despoticamente su di essa senza aver rinunciato agli altri mezzi della governance ordinaria — dichiarazioni, note, colloqui, deviazioni diplomatiche — che permettono di tornare alle caratteristiche ordinarie dello scambio civile, fatto di domande o di beni inerenti al commercio consuetudinario dei popoli.

La politica, un’arte dell’imprevisto

Alla luce della pace e della guerra esiste un modello, un archetipo ideale o un regime politico privilegiato per giungere ai fini di una politica deliberata, ma mai acquisita una volta per tutte? Né il Re-Filosofo di Platone, né il Principe-Maestro di Machiavelli, mezzo leone e mezzo volpe, né l’animale politico di Aristotele che governa uomini liberi, né ancora Bossuet mediante la morale cristiana o Thomas Hobbes mediante la Ragione di Stato, e tanto meno il regime democratico, hanno dipinto l’immagine del Capo indiscusso all’altezza degli eventi imprevedibili della storia. L’arte dei grandi principi o quella dell’opportunismo più spudorato possono essere il letto di personalità lontane, animate dalla pietas romana di Cicerone e dal suo senso del dovere, o dall’indifferenza al crimine, come i rivoluzionari compiuti o i fanatici religiosi di tutti i tempi. La morale della nostra storia non può misurarsi a una catechesi o a un’idea del bene o del giusto, ma al successo di ogni impresa umana secondo la legge spietata della probabilità.

Bruxelles, 27 luglio 2026

Ultima opera di Irnerio Seminatore:

Pace e Guerra nella Grande Politica. La Società Planetaria, il destino dell’Occidente e la fine della civiltà europea. Éditions Godefroy De Bouillon, pubblicata il 26 febbraio 2026